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Copertina del volume
Dalla fredda Islanda, dove vive già da circa un anno, l'architetto e fotografo bojanese Paolo Gianfrancesco sforna un altro libro, dedicato questa volta al borgo medioevale di Civita Superiore. Una raccolta di scatti realizzati sostanzialmente per sottolineare, con abile maestria, i vari scempi architettonici autorizzati nel corso del tempo in un luogo, dove invece, il trascorrere dei secoli non avrebbe dovuto intaccare la sua originaria conformazione.

"Il progetto di Piccola storia ignobile - ci spiega Gianfrancesco - nasce nel dicembre 2007, durante il quale, in un'unica sessione fotografica, ho raccolto una serie di immagini "distratte" di Civita di Bojano. Distratte perché non interessate a raccontare il fascino di un borgo dalla struttura medioevale, distratte perché lontane dal comune senso narrativo della fotografia contemporanea, distratte infine, come distratta è l'attenzione dedicata negli anni alla valorizzazione di un'atmosfera che descrive una micro realtà del comune di Bojano".

Effettivamente le foto sono insolite, catturano angoli apparentemente ‘normali', ma che in realtà esprimono l'inadeguato intervento dell'uomo su un'opera di architettura medioevale, quale il borgo di Civita rappresenta, o meglio, avrebbe potuto rappresentare dignitosamente.

"Sono scatti volutamente non accattivanti, distanti dagli scatti che in genere descrivono i borghi medioevali, immagini secche, angoli d'inquadratura inusuali, immagine dai colori acidi in cui come una filigrana scorrono le parole di un brano del cantautore Francesco Guccini - continua il fotografo -. La scelta del testo di ‘Piccola storia ignobile' non è casuale, trattando di un aborto, quindi di un abbandono sofferto e deciso perché dettato dal tempo, un abbandono su cui si é meditato in fretta, condizionati dalle pressioni. Nella sovrapposizione del testo alle immagini, nella loro fusione e quasi confusione, trovo una lirica comune: questo piccolo aborto urbano, questa piccola perla in potenza finita per caso, per distrazione, per immaturità allo stato di semi abbandono con cicatrici visibili anche agli occhi di un visitatore distratto.

E' una presa di coscienza, un'analisi non polemica, un racconto asciutto, ma pur sempre una storia ed in quanto tale meritevole di essere narrata. Nelle immagini prevale una scelta stilistica quasi onirica, un sogno, un'allucinazione dai colori acidi, dalle sbavature del ricordo, dai confini incerti di un sogno doppio, come doppia è la sovrapposizione tra immagine e testo, tra due linguaggi che raccontano una parte, lasciando all'immaginazione l'altra.

Un reportage fotografico raccolto in un'unica sessione di scatto, quasi con violenza, in cui non dedicar tempo alla poesia accattivante di un tramonto in altura, ma la scelta consapevole di ritratte gli spigoli delle cose, i posti che potevano essere e non sono, le mancanze, i numeri civici che narrano delle vecchie presenze e quindi delle assenze. Un racconto che come tutti i racconti lascia spazio al lettore di completare le parole interrotte".